ciclo di incontri - Marzo 1999
Quaderno n. 73
Dopo Auschwitz. Domande sulla letteratura, la storia, la filosofia, la teologia
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L’albero del bene e del male, oggi

Paolo de Benedetti


Partiamo un po’ da lontano e cioé da quando è successo il “fattaccio”[1]. Vi leggerò alcuni testi: leggo subito i primi due perché ci permettono di rimettere a fuoco l’episodio, si trovano rispettivamente nel cap. 2 e nel cap. 3 della Genesi.

Nel cap. 2, al versetto 9 sta scritto: Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Facciamo bene attenzione: nel centro del giardino non c’è l’albero della conoscenza, c’è l’albero della vita. Al versetto 17 sta scritto che il Signore Dio dice: Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché quando tu ne mangiassi certamente moriresti; notate che non è vietato mangiare dall’albero della vita, ma solo dall’albero della conoscenza del bene e del male.

Al cap. 3 si va a leggere: E’ vero che non dovete mangiare di nessun albero del giardino (Gen. 3,1), è il serpente che parla, notate l’astuzia: “non dovete mangiare…”, lui sa che è vietato solo quello e nessun albero. La donna dice: Dei frutti degli alberi noi possiamo mangiarne, ma di quello che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare altrimenti morirete[2] (Gen. 3,2-3), ma il serpente dice: Non morirete affatto! Anzi Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di  tutti e due e si accorsero di essere nudi (Gen. 3,4-7).

Ecco questo è il cuore di questo dramma che viene generalmente trasmesso nella catechesi, nella teologia come il “peccato originale”. Che sia il peccato originale non ci interessa, così come non  interessa la provenienza di questo racconto che l’autore (Jahvista) ha ripreso dalle mitologie dell’antico vicino oriente.

Nel meraviglioso poema babilonese, Ghilgamesh[3], il protagonista va alla ricerca dell’immortalità e il suo antenato Noè, che in questo caso si chiama Utnapishtim gli dà un’erba, mangiando la quale non si muore. Lui prende l’erba si rimette in viaggio per il suo paese (ha anche un pensiero gentile: “la farò mangiare prima di tutto ai vecchi”), però fa tanto caldo, vede un laghetto, pensa di fare un bagno, lascia l’erba sulla riva e un serpente gliela mangia, e appena mangiato l’erba il serpente cambia pelle. Ghilgamesh torna a Uruk, la città di cui è re senza l’albero della vita. Nel racconto babilonese c’è un solo albero, il serpente fa il suo gioco, che ha lo stesso esito, ma è legato all’albero della vita, mentre nel racconto biblico ci sono tutti e due gli alberi e la caduta è legata ad un’altra pulsione e non al desiderio di vivere sempre, perché il desiderio di vivere sempre  non è considerato peccaminoso. E’ precario, nel senso che, una volta mangiato l’albero, come Dio aveva minacciato (l’altro albero) allora sarebbero morti e così è. In qualche modo c’è un approfondimento del mito.

Prima di leggere gli altri due testi biblici, domandiamoci qualche cosa: questo serpente che non è il diavolo, (viene promosso a diavolo solo nel libro della Sapienza che è un libro molto tardivo), è un serpente parlante[4], come nella tradizione antica ci sono gli animali parlanti nelle favole. Ma da dove viene questo animale parlante?

Io vi vorrei leggere solo alcuni testi della tradizione ebraica che traggo da uno stranissimo libro di Daniel Lifschitz[5]. In alcune di queste raccolte, come questa che si intitola L’inizio della storia – il peccato originale[6], Daniel Lifschitz dice: il serpente che inaugura il cap. 3 della Genesi[7] è una bestia selvatica. Da dove viene questo serpente? E Lifschitz dice, conducendo un’analisi del testo, “viene da fuori” perche è un animale che viene da un altro giardino chiamato Sabé (che in ebraico vuol dire campo, il paradiso terrestre invece è chiamato gan‘eden - il giardino dell’Eden), noi potremmo dire che fa parte di un’altra storia, che entra in collusione con questa storia e da questa collusione,  succede tutto quello che succede.

Viene da fuori, però è fatto da Dio. C’è un commentatore ebreo del secolo scorso, si chiama Samson Raphael Hirsch (1808-88), era un importante esponente della neo-ortodossia ebraica tedesca e dice (riferisce il discorso del serpente che abbiamo appena sentito): cosi parlò e parla anche oggi il serpente, ora con un linguaggio nudo e crudo, ora rivestito ed avviluppato in filosofie, religioni ed ideologie per dissuaderci dall’obbedire la Parola di Dio che ci tiene lontani da certe attrattive sensuali e come allora, anche oggi, egli cambia le carte in tavola fingendo di ignorare l’ampiezza e la meraviglia di tutto quello che è lecito godere e punta il dito sulle poche cose che ci sono proibite.

Ecco, l’attualizzazione che faremo tra poco del mito, era già stata abbozzata da Hirsch, però Hirsch, con tutta la tradizione ebraica e dei Padri, pensa che questa tentazione sia in realtà di tipo sensuale (o addirittura sessuale), mentre io credo che non sia affatto così, come vedremo.

Ancora due testi della tradizione (bisogna sempre mettere davanti altri, prima di dire cosa pensiamo noi).

In un’opera che si chiama Pirqe de Rabbi Eliezer (Capitolo di Rabbi Eliezer) che è più o meno dell’epoca talmudica, c’è scritto: Appena la donna toccò l’albero, (ricordate che lei dice che era vietato toccarlo, non era vero), ma appena lo toccò, vide l’angelo della morte che le veniva incontro. Qui “toccò” è inteso come violazione di un divieto, ma il divieto abbiamo visto che non c’è. Allora dobbiamo pensare che questo toccare l’albero non sia un gesto che la donna falsamente aveva presentato come vietato, ma sia proprio mangiare. E allora la donna fa una cosa che solo un maschilista poteva escogitare: “appena vide l’angelo della morte, disse: ora morirò e il Santo, benedetto sia, farà ad Adamo un’altra moglie. Mi devo dare da fare perché anche Adamo mangi, se moriamo moriremo ambedue e se viviamo vivremo ambedue. Quindi il fatto che lei dia da mangiare il frutto ad Adamo è presentato in questo antico testo come un malizioso progetto (“o vada bene per tutti e due o vada male per tutti e due”). E infine si accorsero che erano nudi (Gen. 3,7), lo erano già nudi, ma si accorsero di essere nudi.

Il rabbino Hertzl, un notevole personaggio della prima metà di questo secolo e rabbino capo dell’impero britannico, dice: …persero l’Eden mangiando il frutto e guadagnarono la coscienza. La vergogna della nostra nudità sveglia in noi la voce della coscienza e ci ricorda che non siamo stati creati come animali. Questo è importantissimo, teniamolo presente.

Mangiano il frutto. Perché? Ho detto prima che non è una buona interpretazione quella patristica e rabbinica antica di un peccato sessuale[8]. “Sarete come Dio perché avrete la conoscenza del bene e del male”, è un’antitesi che nel linguaggio ebraico vuol dire di tutto (…”creò il cielo e la terra”: tutto). Una volta mangiato il frutto scoprono due cose che non conoscevano e che sono fondamentali: scoprono la coscienza e la morte.

Ora è vero che la tradizione rabbinica quando commenta Genesi  1,31 “ Dio vide quanto aveva fatto ed ecco era cosa molto buona”, si chiedeva “qual è questa cosa molto buona?” Non è l’uomo che è stato creato prima, dunque cos’è questa cosa molto buona? Rispondono: “è la morte”. E’ vero che la morte è ambivalente, può essere considerata molto buona, però fa parte della conoscenza del bene e del male.

Ora se conoscendo il bene e il male, l’uomo è come Dio, quasi come Dio (infatti il serpente punta molto nel Midrash sul fatto che Dio ha vietato di mangiare quell’albero per gelosia)[9], resta da domandarsi perché, nella conoscenza che Dio possiede, c’è il bene e c’è il male, quindi da dove viene il male? Unde malum? Voglio leggervi una frase di Paul Ricoeur, che sottolinea qualcosa a cui di solito non pensiamo, non ci hanno mai pensato i Padri della Chiesa, mai. Hanno inondato il mondo di parole, ma su questo non si sono mai fermati. Ed è questo: […] un aspetto fondamentale dell’esperienza del male - è questa - vale a dire l’esperienza insieme individuale e comunitaria dell’impotenza dell’uomo di fronte alla potenza demonica di un male già là, prima di ogni iniziativa malvagia imputabile a qualche intenzione deliberata[10]. Il male era già là, ossia mentre per gli antichi (ecco la differenza) questo racconto bastava (da dove viene il male? dalla disubbiedienza di Eva e di Adamo), noi, attualizzandolo, dobbiamo domandarci: ma c’era un albero piantato da Dio che comportava la conoscenza del bene e del male; non solo, ma c’era un serpente che spingeva al male, che viene da fuori ma è creato da Dio (come dice il testo); non solo, ma Dio stesso possiede e vuol tenersela per sé (e qui ci sta il peccato di Adamo ed Eva), la conoscenza del bene e del male.

Da dove viene il male?

E allora vi leggo altri due testi biblici.

Uno di è di Isaia che io non cito nella traduzione della CEI, ma traduco letteralmente con una correzione testuale (che tutte le edizioni della Bibbia ebraica hanno): Io formo la luce e creo le tenebre, io sono colui che fa il bene e crea il male; io, il Signore faccio tutto questo (Is 45,7).

Questa è la risposta a cui gli antichi non avevano fatto attenzione e questa è la risposta che ci rende terribilmente incerti e dubbiosi di fronte a questo Dio, per una ragione molto semplice, che noi, sia che siamo cristiani, sia che siamo ebrei, sia che siamo musulmani, crediamo in un solo Dio e non in due. E perciò, questa frase di Isaia è giusta, perché non c’è un Dio che fa il bene e un Dio che fa il male, ma andando indietro indietro indietro, andando nel paradiso terrestre e ancora più indietro arriviamo a Lui.

Però, Adamo ed Eva acquisendo la conoscenza, diventano uomini (nel senso di maschio e femmina), diventano uomini della storia. La loro storicità non comincia da quando sono stati fatti, ma comincia da quando hanno mangiato il frutto ed è molto importante che siano stati fatti uscire dal giardino; saranno stati cacciati perché, come dice il testo, “Dio aveva paura che mangiassero l’albero della vita”; sarà che dovevano essere castigati, comunque sono stati mandati in quel mondo che Dio aveva fatto e che, fino ad un momento prima, gli sembrava molto buono. Dio crea tutto il mondo e poi gli piace, anche se il midrash mette in bocca a Dio quella famosa frase, quando guarda tutto e poi dice: “purchè tenga”; e vedete che al cap. 3 già non tiene più. Comunque Adamo ed Eva vengono immessi nella storia e la storia consiste nel fare esperienze di bene e di male. E allora riflettiamo un momento su questo: il fatto che Eva abbia messo al centro del giardino (parlando), l’albero della conoscenza piuttosto che l’albero della vita (che invece c’era), non ha forse una sua verità? Ossia, che al centro di tutto c’è la conoscenza del bene e del male?[11] Allora possiamo dire che l’albero della conoscenza del bene e del male forse non era nel centro del giardino (ma in realtà era al centro del giardino) ed era, sì una prova per l’uomo (ma lasciamo stare questo), era la premessa per la distruzione del giardino.

E allora cosa succede? Poteva anche essere raccontato diversamente questo episodio: “Adamo ed Eva mangiano il frutto, Dio si arrabbia e li scaccia”. Ma questa sarebbe stata una favola da bambini, invece come abbiamo visto e come ha sottolineato il rabbino Hertz, “mangiano il frutto e gli si aprono gli occhi, gli si aprono gli occhi e si accorgono di essere nudi”, perdono un’innocenza che nessuno di noi può conservare, una volta uscito dall’infanzia più tenera.

Perdono un’innocenza la quale (forse sto per dire una cosa un po’ grossa), non sarebbe bastata a Dio: Dio aveva bisogno di persone aldilà dello stato di innocenza. Se no, cosa faceva con queste persone, tanto valeva che si limitasse a creare i cani e i gatti (cosa fatta al venerdì mattina) e lasciasse perdere gli uomini, forse faceva meglio, ma comunque ormai le cose sono andate così.

Ora la loro nudità è conoscenza, la loro conoscenza è nudità. E questo ci dà molto da riflettere oggi. Oggi (non solo oggi, ma parliamo dell’oggi), siamo in un mondo che è pieno di incertezze da un punto di vista dei fatti, degli eventi, ma che ha pocchissimi dubbi in fatto di conoscenza.

La nudità di Adamo ed Eva si può intendere, come “cos’è l’uomo?” Ricordate nel Qohelet cosa dice dell’uomo? E’ un ombra, è un soffio[12]… e questa è la nudità. Facciamo un salto: Pascal non usa l’immagine dell’ombra ma usa l’immagine della canna, una canna pensante. Quando assistiamo a questo episodio biblico vediamo che Adamo ed Eva pensano subito due cose: nella prima hanno il senso della vergogna, ma non la vergogna del peccato, la vergogna del loro corpo che è un corpo bellissimo perché creato da Dio, però hanno subito un atteggiamento che chiamerei di distinzione[13]. L’altra cosa che pensano è: “facciamo”, cioè nasce l’homo faber, si fanno il grembiulino di foglie, una cosa da poco,  ma comunque fanno. L’uomo comincia a servirsi del mondo, e la cosa, tutto sommato, a Dio piace, perché poi Dio gli sostituisce il grembiulino con la tunica di pelle, in sostanza, apprezza questo loro doppio pensiero: la vergogna e il bisogno di fare un vestito. Ma Adamo ed Eva escono dal giardino e quello che succede dopo ci interessa poco anche perché poi non parlano più[14], entrano nel silenzio, e il silenzio è in qualche modo una forma di nudità, una forma di nudità (pensate ad Elia sul monte dell’alleanza in 1Re, 19) però in cui si rivela Dio.

Siamo costretti a tirare due conclusioni provvisorie: che il male non nasce dal peccato di Adamo ed Eva ma c’era già e che viene dal Creatore; secondo, che il peccato di Adamo ed Eva porta in sé un elemento fondamentale per la definizione dell’uomo, ossia la coscienza e la mortalità, ma non la mortalità in sé per sé ma il sapere di morire. Oggi si parla moltissimo di coscienza, se ne parla molto di più che nella Bibbia (in ebraico la parola coscienza non esiste), in realtà oggi la parola coscienza non ci rimanda a niente, è solo un uso, una chiacchiera. E la mortalità, il sapere di morire, oggi (da noi molto, in America a quanto pare ancora di più) è qualcosa che si deve tenere nascosto. Mentre un maestro d’Israele diceva: ricordati che tuo malgrado sei nato, non hai detto tu se sei d’accordo a nascere, tuo malgrado vivi e tuo malgrado morirai e renderai conto e ragione al Santo, benedetto sia. Quindi: la natura mortale dell’uomo fa parte della sua definizione storica e perciò non va nascosta. Voi direte: ma tutti gli asceti, i mistici del “ricordati che sei immortale”?

La Bibbia, ci rivela che l’uomo è mortale, mentre forse non avrebbe dovuto esserlo (ma su questo non siamo tanto sicuri); l’albero della vita non è un principio di ascetismo ma un principio di buon uso della vita, “la tua vita ha un termine, usala bene”. L’uomo nel mondo, anche dopo la caduta, è legato all’investitura che Dio gli aveva dato nel paradiso, di custodire, coltivare, dominare e trasformare il mondo. L’uomo di fronte al mondo è, in qualche modo, un delegato di Dio. Anche questo oggi è assolutamente dimenticato anche per una ragione di cui non si può imputare il mondo, ma di cui si devono imputare le religioni. Le religioni preferiscono fare della morale che insistere su questi concetti, su questi compiti.

Ma torniamo ancora un momento a “si accorsero di essere nudi”: si accorsero di essere nudi e allora persero l’immagine di Dio o no? L’immagine e somiglianza non la persero, semplicemente capirono che cos’è l’immagine di Dio. Se la coscienza nasce quando si aprono gli occhi e si accorgono di essere nudi, allora da questo momento capiscono che cos’è l’immagine di Dio, ma capiscono anche un’altra cosa che nel Paradiso non potevano capire, ossia che l’immagine di Dio non è data in dote, ma è un punto d’arrivo.[15]

L’uomo mangiando questo frutto acquista due conoscenze: di essere potenzialmente immagine di Dio e sapere di morire. Questo è la situazione in cui ci risvegliamo a riflettrere su Dio oggi, su Dio e il male. Oggi, riflettendo su Dio e il male abbiamo davanti queste due premesse: l’uomo deve essere immagine di Dio e l’uomo muore. Non c’è mai venuta in mente una domanda: ma l’uomo è chiamato ad essere immagine di Dio, ma nello stesso tempo ha anche la vocazione di distruggere l’immagine di Dio. Deve esserlo e non sempre lo è, molto sovente non lo è, ma distrugge l’immagine di Dio.

Allora chi ha piantato quell’albero? La Bibbia dice: “lo ha piantato Dio”. E allora se Dio lo ha piantato, davvero non è responsabile lui del male che c’è nel mondo? Del fatto che le immagini di Dio vengano distrutte da altri che dovrebbero essere immagine di Dio? E quindi noi siamo portati a riflettere su quello che è chiamato “l’idea di Dio dopo Auschwitz”.

Tra Auschwitz e il paradiso terrestre non c’è nessun legame, nessun raccordo, ma c’è un elemento importante ossia che potenzialmente tutto comincia di là, e allora viene da domandarsi perché le conseguenze di tutto questo sono così terribili, eppure Dio tace? E qui si collocano le risposte dei cosiddetti teologi di Auschwitz. Io prendo il più noto come esempio, Hans Jonas, che dice: “…perché Dio ha voluto fare l’esperienza del creato”. Ossia, una volta creato il mondo ha deciso di immettersi nell’evoluzione, indentificandosi con la prima cellula vivente e poi crescendo identificandosi con i primi esseri cellulari, e poi con i primi animali e le piante ecc, e poi con gli animali superiori, poi con l’uomo. Dio ha fatto questo percorso, che nel linguaggio cristiano si chiamerebbe kenotico, di kénosis, di svuotamento di Dio, nel linguaggio ebraico si direbbe zimzum, ossia, Dio come creatore, non si espande anzi si restringe. E quindi, dice Jonas, questo spiega anche il silenzio di Dio. E’ un discorso che Jonas fa in forma mitica (mette le mani avanti) e che un cristiano dovrebbe capire subito; in realtà i cristiani fanno fatica a capirlo, ma dovrebbero capirlo subito nel senso che, grosso modo, è l’esperienza di Gesù Cristo, perché se per i cristiani, Gesù è Dio o, in Gesù c’è Dio, allora noi vediamo che Dio fa l’esperienza della fragilità, della mortalità, del dolore, della morte, della disperazione.

Ma nel discorso di Jonas c’è un punto debole. Dice: se Dio fa questa esperienza perché ad un certo punto, nel momento Auschwitz, perché a quel punto non cessa l’esperimento e riprende il potere e, come dice Arthur Cohen, con tutta la sua voce, con tutta la sua potenza, ferma queste cose?

Una risposta che noi possiamo dare è che questa scelta di Dio non è un esperimento che lui ha deciso di fare ma è suo destino. Non è che un giorno dice: adesso esco dal mio palazzo, divento una cellula ecc. No. Ossia in altri termini, i teologi di Auschwitz si trovano di fronte a questo problema: ma l’onnipotenza di Dio che oggi non si vede e non c’è, c’è forse già stata?

Torniamo pure al giardino. Dio passeggiava nel giardino a mezzogiorno, andava a pigliare il fresco e avrà certamente conversato con Adamo ed Eva; perché non ha usato dei mezzi più efficaci che potevano essere, chiarire meglio le idee ad Adamo ed Eva, o sradicare quell’albero? Ma Lui voleva che l’albero (della conoscenza del bene e del male) ci fosse, però forse (vedete che stiamo parlando di Dio in forma mitica perché stiamo dicendo cose antropomorfiche, ma se si parla di Dio non si può che fare così) Lui evidentemente era diviso tra, “se così si può dire”[16], la salvezza dell’uomo-bamboccio e il pericolo dell’uomo-coscienza, e ha preferito il pericolo dell’uomo-coscienza.

Però, a questo punto, perché nella Bibbia ci sono dei Salmi come il Salmo 8, per esempio?

O Signore nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la Terra:

sopra i cieli s’innalza la tua magnificienza.

Con la bocca dei bambini e dei lattanti

affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,

per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,

che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?

[…] Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli….

Che senso ha questo salmo e tanti altri?

Ecco, la Bibbia non sceglie. La Bibbia ci presenta le catastrofi e ci presenta un progetto o forse anche una realtà del mondo di questo genere, nessuna delle due esclude l’altra. Oggi noi in realtà non guardiamo né all’una né all’altra, guardiamo a noi stessi. L’uomo di oggi è talmente convinto di avere una coscienza, che non solo si dimentica di Dio ma si dimentica anche della propria coscienza, cioè riposa su un dogma (che in Genesi 1 è smentito), ossia di essere il culmine del creato. Anche l’uomo non credente, volere o no, pensa di essere il culmine del creato, poco meno degli angeli (anche se non crede né in Dio né negli angeli). Ma l’uomo non è il culmine del creato. Qual è il culmine del creato? Se leggete attentamente il cap.1 e i primi versetti del cap.2 della Genesi, non è l’uomo, è il sabato.

Dio si pente di aver creato l’uomo quando c’è il diluvio ma non si pente di aver creato il sabato, anzi il sabato è la sua sposa. Ma oggi c’è il sabato? Il sabato è stato creato, se così posso dire, prima che Adamo ed Eva peccassero, ma è passato indenne attraverso questa tragedia, quindi ci collega (come ben sanno quelli che conoscono la liturgia sabbatica ebraica), alla creazione. Infatti la regina sabato (in ebraico è femminile), quando è finito il sabato e se ne va, lascia un profumo dietro di sé: il profumo della creazione. Ma l’uomo di oggi non ha né sabato o domenica (la domenica è un po’ un’altra cosa, però è stata in qualche modo paragonata, assimilata al sabato).

Allora come vedete questa riflessione sull’albero della vita finisce in nulla, voglio dire, non può avere delle conclusioni, finisce in tante domande. Noi abbiamo una certezza che Adamo ed Eva hanno già trovato il male. Abbiamo un’altra certezza:che non c’è un altro dio che ha messo il male al posto di Dio e che il serpente comunque non è il Satana perché il Satana nasce molto dopo, non era ancora nato. Anche le leggende apocrife della caduta degli angeli non risolvono nulla perché gli angeli sono assimilati al cielo, creato da Dio. Queste sono le nostre certezze, ma queste nostre certezze servono a mantenere vive tutte le nostre domande. Noi sappiamo che non è questo e che non è quest’altro e allora, qual è la risposta? La risposta non c’è, forse la risposta, se posso esprimermi in un modo paradossale, è questa: mantenere aperte le domande nel pensiero ed invece di cercare di concluderle tutte nella vita, nell’esistenza, cioè fare, non lasciare le opere incompiute o progettate: fare. Ma non avere l’assilllo della risposta[17]. Siamo ancora nudi e lo saremo sempre, ma per fortuna che siamo nudi, perché se non fossimo nudi noi non avremmo conoscenza - sono due cose legate inestricabilmente - non avremmo conoscenza e la conoscenza è fare sempre domande, non avere sempre risposte perché se voi ci pensate, non c’è mai un errore nella domanda, mai, mentre ci possono essere errori nelle risposte. Ecco perché Dio, e qui concludo, prudentemente ci lascia fare tante domande e a scanso di sbagliarsi ci dà pochissime risposte. Grazie.

Ho dimenticato di leggervi l’ultimo testo, che può servire da portare a casa.

Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti ad altri déi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe (Dt 30,15-20) .

Quello che dicevo: nell’azione scegliere, nel pensiero e nella coscienza dubitare.

Conversazione tenuta presso la Fondazione “ Serughetti-La Porta” il 18 marzo 1999.

Registrazione non rivista  dall’Autore.



[1] Apro una parentesi storico-critica: non è mai successo, ma noi fingiamo, come la Bibbia, che sia successo.

[2] Qui Eva afferma due cose non vere: 1- che l’albero sta in mezzo al giardino (e non dice della conoscenza del Bene e del Male, ma si riferisce a quello) che non sta invece in mezzo al giardino;  2- poi dice: “non lo dovete toccare”, invece questo divieto non c’è.

[3] Mitico re mesopotamico di Uruk, protagonista dell’epopea omonima. Il poema, di cui esistono redazioni in accadico e in altre lingue dell’Antico Oriente, risale all’inizio del secondo millennio a.e.v. (in edizione italiana L’epopea di Gilgameš, Adelphi, 1986).

[4] Nella tradizione ebraica, il serpente parlante è un personaggio straordinario quasi uguale all’uomo, cammina dritto, è molto bello, parla, è sapiente ed è soprattutto forzuto per cui i maestri di Israele lo rimpiangono e dicono che se non fosse successo quel che è successo, due o tre serpenti avrebbero potuto fare tutto il lavoro che deve fare l’uomo, e così l’uomo avrebbe potuto stare tranquillo in ozio e far lavorare i serpenti.

[5] E’ un ebreo nato a Berna, quando è stato adulto si è battezzato e addirittura è diventato neocatecumenale, vive a Palermo, ha una conoscenza molto profonda della tradizione ebraica in tutte le sue forme, pubblica raccolte di Midrashim. E’ anche un bravissimo pittore che ha illustrato la tradizione chassidica.  

[6] (Edizioni Dehoniane Roma). Forse questo non è il libro migliore perché Lifschitz, da bravo convertito, ad ogni pié sospinto (lo dico senza irreverenza, ma solo come metodo di lavoro) ci infila dentro Gesù.

[7] Il serpente è la più astuta delle bestie selvatiche fatte da Signore Dio. (Gen. 3,1)

[8] Il testo dice chiaramente: sarete come Dio e avrete la conoscenza del bene e del male; è solo la fobia antisessista degli antichi che l’ha trasferito in questo modo.

[9] E c’è un fondamento nel racconto biblico, perché Dio (forse lo dice ironicamente, ma non è detto) dice: ecco l’uomo è diventato come uno di noi per la conoscenza del Bene e del male, ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre (Gen. 3,22). Quindi da questo racconto sembra che il gesto dell’uomo costituisca in qualche modo un pericolo per Dio.

[10] Paul Ricoeur, Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, Morcelliana, 1993, p. 27.

[11] Lo possiamo dire anche oggi,  Oggi, forse oggi non più tanto ma, un po’ di decenni fa c’era una grande celebrazione del vitalismo, dell’impulso al vitalismo. Oggi noi sappiamo che il bene e il male sono un problema che limita molto il vitalismo

[12] Nel Qohelet questa espressione è parallela a quella che dice Pindaro nel Pitica IV (in cui vi sono alcuni versi straordinari pressoché identici nel Qohelet): “Che cosa uno è, che cosa non è sogno di un’ombra, è l’uomo”.

[13] Nel giardino non c’erano distinzioni, qui è una distinzione. E’ come se dicessero: “noi siamo belli però in noi c’è qualcosa che si può guardare (non solo in senso fisico) e qualcosa che invece dobbiamo tenere coperto”. Questo è un sentimento-pensiero, se posso esprimermi così, è una rivelazione della nudità.

[14] Ci sono dei personaggi biblici che parlano ed altri che tacciono, ora bisognerebbe riflettere un poco su questi silenzi di alcuni personaggi biblici, per esempio il silenzio di Noè. Noè, la prima ed ultima volta che apre bocca è solo per maledire Cam che l’aveva denudato o, secondo il Midrash, evirato, ma in tutta la storia del diluvio sta sempre zitto.

[15] Direi per esempio: l’aquila è un’immagine di Dio, nella Bibbia c’è questo; la potenza del mare è un’immagine di Dio, lo è non c’è dubbio. L’uomo deve essere l’immagine di Dio, ma non che lo sia lì per lì, deve e questo passare da quello che è a diventare immagine di Dio è proprio l’avventura che affrontano Adamo ed Eva una volta cacciati dal paradiso, perché nel paradiso era immagine di Dio ma non lo sapevano. Voi direte: come fai a saperlo tu? Io lo so perché questo mito è stato raccontato nella Bibbia ma non è stato raccontato ad Adamo ed Eva, è stato raccontato dalla tradizione sacerdotale e jahvista  ecc. ecc

[16] Anche questo “se così si può dire” è un’espressione rabbinica per quando si dicono cose di questo genere.

[17] Noi viviamo in un modo cristiano in cui dalle supreme autorità in giù, tutti pensano di avere in mano le risposte per tutto. Non parliamo poi della sfera sessuale in cui con argomenti teologici si pensa di regolare tutto quanto.

 

 

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